terapia ritrovamento equilibrio famigliare

Ognuno di noi ha una famiglia e ne è parte. Il sistema famigliare non cessa mai di esistere nella nostra coscienza e nel nostro animo.


Terapie famigliari

La psicoterapia può contribuire a far comprendere a se stessi qual è la strada migliore per trovare un equilibrio interiore in relazione al sistema famigliare.

Handicap e famiglia

Essere genitori è un compito faticoso. Richiede impegno, presenza, responsabilità.  Essere genitori di un bambino con disabilità è ancora più difficile.  La nascita di un bambino disabile rappresenta un evento fortemente destabilizzante per qualsiasi famiglia. Spesso gli equilibri vengono compromessi ed anche le famiglie più salde vengono messe a dura prova.

Il vivere quotidianamente questa realtà così difficile e a volte drammatica, sottopone la famiglia a prove e difficoltà non indifferenti, sia di carattere psicologico, che economico e di vita pratica.

Un’autore che negli anni 1959/60 si è occupato di questa tematica è Faber. L’autore descrive le ripercussioni che un figlio disabile porta all’interno di una famiglia. Un figlio disabile non diventerà mai autonomo quindi la famiglia si ritrova ad  avere un figlio che non si emanciperà mai. La famiglia stessa secondo questo autore resterà per sempre penalizzata irrimediabilmente.

Meno catastrofici sono studi più recenti sulle famiglie di bambini disabili che  hanno posto maggiore attenzione non tanto allo stress costituito dalla condizione di handicap quanto alle modalità di reazione e di risposta messe in atto dalla famiglia. Quindi la cosa più importante è l’adattamento e la risposta che da la famiglia alla situazione. Tale cambiamento è da collegare con l’entrata in vigore della Legge 118 del 1971 ed in seguito dalla Legge quadro n.104 del 1972, riguardante l’inserimento a scuola dei minori con disabilità. La sua applicazione ha presentato non pochi problemi. Tuttavia il dato più significativo delle tendenze recenti è che l’handicap di un figlio non deve essere visto come l’handicap della famiglia e né considerato un fattore di destrutturazione inevitabile.  In alcune famiglie un figlio disabile è una tragedia irrimediabile, in altre una situazione critica che si può affrontare in qualche modo. Quindi ci sono famiglie che restano ancorati al dolore ed alla rabbia, altri al rifiuto ed altri ancora dopo una reazione di sconvolgimento iniziale accettano ed affrontano la situazione.

Le modalità  del vissuto e le conseguenze che ne hanno i singoli componenti: genitori, altri figli e  familiari, dipendono da molti fattori:

•    le caratteristiche psicologiche di ognuno dei coniugi e degli altri familiari;

•    le dinamiche relazionali tra loro, con gli altri figli e con i parenti;

•    le possibilità economiche;

•    le caratteristiche del tessuto sociale;

•    la presenza di una rete di operatori e servizi efficienti ed efficaci.

Non è infatti uguale il modo in cui viene affrontato un evento stressante: vi sono caratteristiche di personalità che possono portare l’individuo a viverlo con serenità, coraggio e determinazione oppure a struggersi dal dolore fino a fuggire con disperazione da esso, ignorandolo o facendo finta che non sia mai successo. Ciò dipende in parte dall’ottimismo o dal pessimismo di base, che ognuno  si porta dentro, ma soprattutto dipende dal substrato culturale in cui si è stati educati: substrato emarginante o accogliente rispetto alla malattia e alla diversità.

É inoltre determinante lo stato di maturità ed equilibrio del genitore. Infatti l’esistenza di problemi personali  e quindi la presenza di conflitti interiori non risolti possono portare ad ansie eccessive, a paure o a modi incongrui nelle modalità di approccio al problema.

Il dialogo esistente nella vita familiare, l’aiuto e l’assistenza reciproca, un rispettoso rapporto tra i vari membri della rete affettiva, fanno da presupposto positivo all’accoglienza e alla gestione positiva del bambino disabile.

Al contrario la scarsità di dialogo, il distacco o la conflittualità coniugale, la mancanza di una rete familiare efficace renderanno difficili e più problematiche l’accoglienza e la gestione. In questi casi sono frequenti  le accuse reciproche. Sono facili le depressioni e le ansie individuali, l’accentuarsi dei dissapori coniugali, che possono portare, come accennavo sopra, ad abbandono da parte di uno dei due, della famiglia e quindi del problema.

    Vitale è la rete di relazioni in cui è inserita la famiglia. Sono, infatti, fondamentali  i rapporti parentali e sociali che questa famiglia  ha: se adeguati e positivi possono aiutare ad affrontare con serenità e ottimismo questo vissuto; se negativi, scarsi o assenti possono accentuare e aggravare il problema con i loro errati comportamenti, interventi ed atteggiamenti. La conflittualità tra i coniugi, le separazioni, i divorzi, così frequenti nella nostra società occidentale, complicano di molto la gestione di un bambino che, per le sue caratteristiche, avrebbe bisogno di un ambiente sereno, equilibrato e stabile.

Situazione altrettanto importante è quella che si crea con gli altri fratelli. Il tipo di relazione che si crea  dipende da come viene vissuta questa realtà dai genitori e di conseguenza come viene fatta vivere ai figli. Se i genitori affrontano le difficoltà di un bambino disabile con serenità ed ottimismo  l’unione familiare è rafforzata e di conseguenza il bambino disabile ne trarrà beneficio.

La rete sociale in cui è inserita la famiglia abbiamo detto che è fondamentale ma altrettanto importanti sono i servizi  offerti dalle istituzioni. Parliamo quindi dei servizi sociosanitari.

Prima di tutto gli operatori,  professionisti  specializzati per l’ intervento ed il sostegno psicofisico e didattico.

Affrontare nel modo più opportuno questa realtà, che non é certamente lieta, questo avvenimento che non è certamente facile, dipende in gran parte dal modo in cui gli operatori: medici, psicologi, pedagogisti, infermieri, assistenti sociali, insegnanti, amministrativi si porranno nei confronti di questa famiglia.

Oltre a saper effettuare una diagnosi precisa evidenziando le cause  del problema, gli operatori dovranno saper proporre un valido programma di recupero e di stimolazione in cui siano evidenziate le tecniche, le metodologie e gli  strumenti  più opportuni. Questo programma, a sua volta, dovrà essere inserito in un progetto realistico a breve, medio e lungo termine che contempli non solo tutti gli aspetti della vita del minore ma anche tutti gli aspetti della vita relazionale della famiglia in cui questo bambino vive e cresce.

Infine, gli operatori devono saper coinvolgere altri specialisti del settore e altre forze sociali, attraverso un lavoro di rete nel territorio, collegando forze e realtà diverse per un grande obiettivo comune.

Talvolta i genitori di bambini disabili si illudono  di risolvere il problema dell’handicap mediante l’intervento esclusivo di tecnici (psicologi, insegnanti, pedagogisti, assistenti sociali, medici, terapisti della riabilitazione) trascurando l’apporto insostituibile della famiglia. Ciò ha provocato gravi conseguenze sia sul piano teorico: riguardo al significato dell’educazione o riabilitazione del bambino disabile; che pratico.

Dal punto di vista teorico ha portato ad una proliferazione di centri specializzati che hanno dato molti apporti scientifici su alcune specifiche tecniche riabilitative, ma pochi studi sull’attività educativa globale di questi bambini. Dall’altro la sottovalutazione degli apporti affettivo-relazionali dell’ambiente familiare e sociale ha vanificato e vanifica molto spesso la stessa attività educativa e riabilitativa.

É necessario pertanto che gli operatori prendano in carico non soltanto il bambino disabile, ma anche la sua famiglia inserita nell’ambiente sociale.

Spesso i familiari di bambini disabili sono portatori di bisogni quanto i loro figli. Vivono,  infatti, questa realtà spesso con ansie, insicurezze, paure. É  fondamentale quindi, che gli operatori attuino nei confronti dei genitori un vero e proprio cammino in modo tale da costruire insieme a loro un progetto globale, realistico, ampio, sia a breve che a lungo termine con varie finalità. Capire innanzitutto: quali sono i limiti ma anche le possibilità del bambino; conoscere i servizi e le offerte dei centri ed istituti specialistici; conoscere le tecniche e le strategie di intervento; conoscere il possibile percorso educativo; conoscere le possibili prospettive future.

Azioni da promuovere  nell’intervento sui familiari possono essere le seguenti: facilitare l’accettazione del bambino ed il suo handicap, suscitare nei genitori fiducia in se stessi, nel loro figlio, nella rete sociale, familiare e negli organi istituzionali.  Instaurare maggiore intesa tra genitori e figlio, ma anche con gli specialisti. Ciò al fine di riuscire ad intraprendere rapporti non di lotta, ma di dialogo e collaborazione reciproca.


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